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ROMA FRINGE FESTIVAL: “Uno splendido giorno per sempre”, “Un po’ di più”, “Le sorelle prosciutti”

Dal 7 al 28 gennaio al padiglione Pelanda del Mattatoio di Roma per il Fringe Festival | Palco B | “Uno splendido giorno per sempre” di Redsand Theatre | “Un po’ di più” di Covello/Bernabéu | “Le sorelle prosciutti” di Teatri Reagenti.

Una foto promozionale di "Un po' di più".
Una foto promozionale di "Un po' di più".

Sabato si è chiuso il Roma Fringe Festival. Ormai la giuria ha rivelato i nomi degli spettacoli che hanno accesso alla finale di stasera al Teatro Vascello. Andranno in scena per un’ultima volta all’interno del Festival “Pezzi” di Rueda Teatro, “Attesa” di Madiel, “Radici” di Macondo e “Un po’ di più” di Covello/Bernabéu. Ne resterà soltanto uno.


UNO SPLENDIDO GIORNO PER SEMPRE

Di Tender Branson non ce ne è uno solo, non perché il suo non sia un vero nome, ma un destino, come previsto dalla dottrina della Chiesa Creedish all’interno della quale il nostro protagonista ha la sfortuna di nascere. C’è un Tender Branson più noto, però, creato dal genio di Chuck Palahniuk, autore di romanzi psicologici ad alta tensione. Ispirato a “Survivor”, “Uno splendido giorno per sempre” è il monologo interpretato da Davide Vox, coadiuvato nella regia da Justin Murray. Redsand Theatre possiede, quindi, un validissimo supporto a cui attingere per strutturare la drammaturgia. Ma l’adattamento teatrale di un romanzo esige un oneroso e capillare lavoro di traduzione stilistica, per rendere in chiave rappresentativa e teatrale ciò che Palahniuk evoca con le parole. Purtroppo il risultato non è sempre pulito. L’innocenza con cui Davide Vox interpreta il suo Tender Branson potrebbe avere un legame con il proverbiale cinismo dell’autore statunitense.

L’effetto caricaturale e grottesco riesce, tutto sommato, a creare una sorta di legame con un pubblico non proprio avvezzo al black humour di matrice anglosassone. Il protagonista è solo sull’aereo, parla con la scatola nera raccontando la sua storia prima che l’avaria colga tutti e quattro i motori, e interpella insistentemente il pubblico soprattutto nei flashback narrativi. Circondandolo di valigie che costituiscono l’intera scenografia, la regia non dimostra di avere un disegno chiaro a guida dei movimenti di Davide Vox. E si sa, quando è necessario avere qualcosa da fare per riempire la messinscena, si cerca di distogliere l’attenzione della platea da altro. Che siano vuoti attoriali o registici. Scegliendo la via della tragicommedia, Redsand Theatre inibisce l’afflato psicologicamente interessante. “Uno splendido giorno per sempre” non eredita la forza di “Survivor”.

Red Sand Theater/Davide Vox

Red Sand Theater/Davide Vox updated their cover photo.


UN PO’ DI PIÙ

Una sedia smontata sul proscenio, i cui pezzi sono ordinati su una retta immaginaria. Troppo spesso si attribuisce agli oggetti un’essenza fissa, che ne circoscrive il significato in base all’uso. Superando i limiti di un contesto che può considerare un oggetto estraneo al luogo in cui si trova, la creatività folle e libera da circostanze pragmatiche può scegliere di ridisegnare i confini di un oggetto in ogni modo. Zoé Bernabéu la considera un sottile filo da percorrere secondo la nobile arte dell’equilibrismo. Lorenzo Covello le restituisce una forma utilizzabile al suo scopo primario, ereditato etimologicamente dal verbo. Come trovare l’equilibrio in una relazione, nella fattispecie quella amorosa, a partire da una diversità così profonda? Questo è l’interrogativo di “Un po’ di più”, ricerca teatrale operata dagli stessi performer, Zoé Bernabéu e Lorenzo Covello. Ricerca che si adagia su un tappeto sonoro in cui il pianoforte cede il passo all’elettro-swing.

La ricerca di attenzione, di un contatto affettuoso che riveli la presenza dell’altro, si tiene in bilico tra le cariche energetiche dei due corpi. Solo un centimetro, solo un briciolo di forza in più e l’equilibrio risulterebbe spezzato. Che poi è quello che accade al lungo e stretto tavolo che occupa il fondo del palco. La distanza data dalla mensa sembra impedire alla coppia di comunicarsi adeguatamente i moti dello spirito, facendo altalenare la tavola come fosse un discorso rimbalzante. Le parole sono usate a mo’ di specchi nel proseguimento della ricerca di Zoé Bernabéu e Lorenzo Covello. In “Un po’ di più” le espressioni verbali hanno un effetto mimetico sul corpo. Deformano l’oggetto fino a costituirne l’essenza, e nella relazione amorosa possono influenzare l’altro al punto da farlo diventare ciò che vorremmo fosse per noi. Oltre l’equilibrio c’è la rottura.

Zoé Bernabéu

Zoé Bernabéu posted a video to Un po’ di più_Roma Fringe Festival 2019’s timeline.


LE SORELLE PROSCIUTTI

«Il prosciutto piace proprio a tutti». Con buona pace dei vegetariani e dei vegani, ovviamente. Lo ripete più volte Francesca Grisenti nell’arco della pièce, a volte per convincersene, a volte per convincere il pubblico. Una narrazione fresca e brillante quella di Teatri Reagenti, compagnia teatrale originaria proprio dalle terre del prosciutto, costituita dalla stessa Francesca Grisenti, Eva Martucci e il regista Massimo Donati. Sul Palco B del padiglione Pelanda c’è una coppia rosa in grado di far sorridere, emozionare e riflettere. La drammaturgia dialogica de “Le sorelle prosciutti” fa mandare giù come fosse acqua zuccherina la narrazione, nonostante il c’era una volta sia collocato molto indietro nel tempo, nel secondo dopoguerra per la precisione.

Leonildo Fassoni, al ritorno dalla missione partigiana sulle montagne, mantiene la promessa di sposare Adele. È attraverso gli occhi di Adele e le sue figlie – la Alta, la Bionda e la Riccia – che la storia del prosciuttificio Fassoni è resa nota. Ne “Le sorelle prosciutti” le donne sono centrali proprio come l’affettato. In Bulgaria – così i nativi di Langhirano chiamano una delle valli del parmense – il vento è talmente asciutto che l’unica cosa che viene bene sono proprio i prosciutti. La nascita, la crescita e le trasformazioni del prosciuttificio Fassoni sono incastrate nella Storia, che nella narrazione è rappresentata soprattutto attraverso il profilo musicale. E infine, la malinconica chiusa dello spettacolo, col glorioso tramonto dell’azienda Fassoni.

Ancora femminile è la lente che filtra i motivi della chiusura, una lente gentile che non punta il dito ma piuttosto descrive e comprende. L’esigenza di pace e serenità tra le sorelle prosciutti può essere facilmente scambiata con ignavia e passività, Teatri Reagenti le rende davvero figlie del loro tempo. La resilienza della Alta, la Bionda e la Riccia si sprigiona nell’accettazione della sconfitta nel momento giusto, che consente di lavorare su strategie alternative. Il testo de “Le sorelle prosciutti” arriva al pubblico con semplicità e immediatezza. Sul palco vige l’efficienza. L’alternanza tra voci narranti e rappresentazioni dei ricordi comporta una sovrapposizione di linee temporali il cui intreccio dà ritmo alla pièce. Soprattutto è l’artificio della spontaneità, ben diverso dalla naturalezza, a essere il punto di forza dello spettacolo.

Trailer Le Sorelle Prosciutti

Le Sorelle Prosciutti, Di Francesca Grisenti, Eva Martucci, Massimo Donati Con Francesca Grisenti e Eva Martucci Regia Massimo Donati Musiche originali Davide Zilli Costumi Vittoria Papaleo Produzione Teatri Reagenti


Non andare a teatro è come far toletta senza uno specchio.

Arthur Schopenhauer

Riflettere su altro è un’occasione per guadagnare in lucidità nell’analisi di se stesso. Non è il pigro apprezzamento estetico l’obiettivo primario, ma l’efficacia di un simbolo che inonda con forza gli anfratti più nascosti dello spirito.

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Scritto da Emanuela Colatosti

Sedicente narratrice di disagio e acuta individuatrice di pressapochismo. Cresciuta a pane e filosofia.

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