in

ROMA FRINGE FESTIVAL: i monologhi “Casella 17” e “Il signor Dopodomani”

Dal 7 al 28 gennaio al padiglione Pelanda del Mattatoio di Roma per il Fringe Festival | Palco B | “Casella 17” di Diana Ripani ed Elisa Massari | “Il signor Dopodomani” di Domenico Doddo con Stefani Cutrupi.

Stefano Cutupri è "Il Signor Dopodomani".
Stefano Cutupri è "Il Signor Dopodomani".

Con gli spettacoli di sabato 12 gennaio si è chiusa la prima settimana della VII edizione del Roma Fringe Festival. È rincuorante constatare che tante persone scelgano l’arte come scusa per mettersi al riparo dalle gelide temperature dell’inverno, che sembrava non volesse arrivare. Il teatro, soprattutto quello indipendente, si conferma come quel prodotto dello spirito umano che valica i limiti del mero intrattenimento. È la formula del one-person-show a riempire il palco B del padiglione Palanda del Mattatoio.


CASELLA 17

Un allestimento scenografico che incuriosisce, quello di “Casella 17”. Sul proscenio ci sono, in ordine sparso, scarpe col tacco, un vestitino, un ventaglio, una cornice e una borsetta. Completato da un manichino su cui si arrampicano delle luminarie col tricolore. La scena non termina sul fondale del padiglione Pelanda, ma è resa più profonda dalla proiezione di un video che allontana il punto di fuga. Sono tre i personaggi portati in scena da Elisa Massari, che dimostra di possedere un buon trasformismo vocale. In “Casella 17” Elisa Massari e Diana Ripani cercano di condensare questioni che rendono la contemporaneità un tempo difficile in cui vivere. Attraverso lo stratagemma del gioco, diretto dal personaggio proiettato sul fondo della scena, l’attrice ripercorre le tappe dell’età adulta, probabilmente le sue.

È di contrasto l’effetto che si viene a creare tra l’atmosfera, che richiama quella di “Saw –l’Enigmista”, e la tranquillità con cui viene affrontato il gioco. Gli effetti sonori che evocano infiltrazioni d’acqua alludono probabilmente a uno stadio embrionale della consapevolezza, da cui Elisa Massari cerca di emergere nell’arco della performance. Il manichino è il luogo del palco da cui con voce metallica, quasi aliena, l’attrice ci rende partecipi di alcuni dati preoccupanti dell’attualità. Sono informazioni che conosciamo bene, perché ci vengono propinate ogni giorno: inquietanti dati sulla disoccupazione giovanile, svalutazione dei titoli di studio, scarsità di lavoro qualificato, enorme difficoltà ad accettare la diversità estetica come un valore.

“Casella 17” riesce a suggestionare il pubblico per le atmosfere visive e sonore che crea.

Non sempre è chiaro il nesso tra la denuncia della voce aliena e la casella del gioco su cui Elisa Massari si ritrova. Forse una miglior pertinenza nella scelta del rapporto da denunciare darebbe al testo una potenza incontrollabile. Allo stadio attuale del lavoro, “Casella 17” riesce a suggestionare il pubblico per le atmosfere visive e sonore che crea. L’attenzione resta viva anche per una struttura drammatica che srotola un ritmo non prevedibile. Credo che accompagnare lo spettatore dritto al senso non possa che giovare alla resa della messa in scena. Un grosso interrogativo pesa sulla natura della “Casella 17” nella cornice del gioco, che sembra sfuggire di mano alla direttrice proiettata sullo sfondo. Ritornare all’acqua, da cui Elisa Massari era emersa, indica l’immersione consapevole nell’esistenza che, per quanto riducibile a dati numerici, resta un caotico brodo primordiale in cui l’Uomo si perde.


IL SIGNOR DOPODOMANI

Si dice che la vendetta sia un piatto che va servito freddo. Varrà anche per pietanze che sono fredde in partenza? Da “Il signor Dopodomani” di Domenico Loddo si capisce che è un piatto velenoso. La presenza scenica di Stefano Cutrupi ricorda quella dei prestigiatori o dei presentatori. Le doti recitative dell’attore si manifestano più sul piano vocale che sull’utilizzo del corpo. La regia di Roberto Zorn Bonaventura riesce a mantenere un buon ritmo. Le reiterazioni di schemi verbali, utilizzati come fossero ritornelli di canzoni rap, non risultano noiose filastrocche, e fanno anche sorridere in prima battuta. Tuttavia, con il proseguire della performance, la narrazione si fa pesante ed eccessivamente ripetitiva. Potrebbe essere facilmente snellita. L’utilizzo spettacolare delle luci e della musica, e le diagonali disegnate sulla superficie del palco, non riescono a ravvivare lo snodarsi della narrazione.

È un peccato che un titolo così accattivante si trovi a fare il paio con un copione infarcito di cliché letterari dall’inizio fino alla fine. Le tante citazioni afferenti all’esistenzialismo filosofico e poetico non costituiscono il solido punto di partenza per un’elaborazione personale del nodo esistenzialmente pregnante per la vita umana che è l’amore. C’è qualcosa nella drammaturgia de “Il signor Dopodomani” che impedisce di entrare in sincera empatia con il personaggio. Da un lato è comprensibile la disperazione di un uomo tradito dalla donna amata. L’ironia sdrammatizzante, la comica natura della matematica che contraddice la solidità dell’esperienza oggettuale, e gli intermezzi musicali non smorzano la forza del rancore. Il sentimento è veicolato attraverso una violenza verbale nei confronti della donna che infastidisce lo spettatore.

È lampante la differenza con cui si appellano i medesimi atteggiamenti tra uomo e donna.

La riflessione sulle scelte terminologiche cade spesso al di fuori del proposito drammaturgico di uno spettacolo. È lampante la differenza con cui si appellano i medesimi atteggiamenti tra uomo e donna. Una maggior attenzione alla violenza simbolica, perpetrata anche attraverso la violenza linguistica, porterebbe “Il signor Dopodomani” a essere considerato per quello che è. Ovvero la descrizione della fenomenologia del più pericoloso degli egoismi. Che, infine, trova il giusto contrappeso sul finale. In qualche modo è la fretta di tirare le somme con un giudizio definitivo, la fretta di concentrarsi su se stessi che non dà tempo di ascoltare l’altro fino alla fine. La fretta è la madre del disastro. Purtroppo non è sufficiente a illuminare le lugubri e inquietanti tinte di “Il signor Dopodomani”.


Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe.

Così scrisse Albert Camus.

Il mondo della vita continua a essere inafferrabile per l’uomo, perché è costretto a manipolarne e disegnarne i confini per non essere sopraffatto dall’innumerevole quantità di stimoli e situazioni a cui è sottoposto. Le rappresentazioni teatrali del Roma Fringe Festival si dimostrano sempre più come tentativi di organizzazione dell’esperienza della crisi.

(Visited 1 times, 1 visits today)

Scritto da Emanuela Colatosti

Sedicente narratrice di disagio e acuta individuatrice di pressapochismo. Cresciuta a pane e filosofia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *