in

 

KILLING MATTHEW: “La musica non ha perso nulla del suo fascino, basta cercarla”

I Killing Matthew.
I Killing Matthew.
Diamo un caloroso benvenuto ai Killing Matthew! Siete entrambi italiani, ma la vostra base operativa si trova in Francia. Come vi siete incontrati? E come le vostre strade vi hanno portato a Grenoble?

JACOPO: Ciao a tutti, ci fa piacere essere qui con voi! Ci siamo incontrati a una festa tra amici. Suonavo un pezzo dei The Smiths alla chitarra, “Please Please Please”, e Luca subentrò alla voce. Viste le sue potenzialità gli proposi, qualche giorno dopo, di mettere su un duo acustico per fare delle serate nei pochi locali grenoblesi. Inizialmente rifiutò, perché diceva di avere altre priorità. Poi però sono riuscito a farlo ragionare.
Mi sto ancora chiedendo cosa mi abbia portato a Grenoble. Qui avevo svolto un anno di studi universitari e di ricerca. Una volta presa la laurea magistrale in Management dei beni culturali – non dite niente, lo so già… – mi sono detto che in Italia al massimo avrei trovato lavoro come sguattero. Quindi ho deciso insieme alla mia compagna di trasferirmi in questa valle, che in parte già conoscevo. Un punto di partenza per una nuova vita.

Sembra che abbia trovato la tua dimensione! E tu Luca invece?

LUCA: La risposta di Jacopo riassume benissimo il nostro incontro. La strada che mi ha portato a Grenoble invece, contrariamente alla sua, è stata quella dell’amore. Almeno inizialmente. Quando quello è finito, è rimasta la volontà di avere un lavoro in un ambito in cui l’Italia si può solo deplorare: l’insegnamento. La Francia mi offriva la possibilità d’insegnare e quindi mi sono stabilito qui. Sono ormai 9 anni che abito a Grenoble. Una parte dei miei affetti è in questa città. Sarebbe difficile lasciarla ora.

Avete un ricordo particolare e stravagante legato al vostro percorso musicale? Niente che sia già stato raccontato! Stupitemi.

J: Quando proposi a Luca di suonare “Lady in black” degli Uriah Heep, mi guardò storto e rifiutò. Sto ancora cercando di perdonarlo, ma non è facile.
L: Quando Jacopo mi propose “Lady in black” degli Uriah Heep… Scherzo! (Ride).
A quindici anni, con il mio primo gruppetto, suonai alla festa di un paesello di 2000 anime, Remedello Sopra. Il mio chitarrista era un fan di Vasco Rossi, artista che ho sempre detestato. Per farlo felice dovetti cantare “C’è chi dice no”. Me ne vergogno ancora!

E, curiosità mia: perché Killing Matthew? Che ha fatto questo tizio di così grave?

J: Lascio la parola a Luca, diretto interessato…
Luca: Allora. Innanzitutto grazie per queste domande, che esulano dai soliti «Quali gruppi vi hanno influenzato?», oppure «Cosa ne pensi della musica digitale?». Mi sembra abbiate ascoltato l’album e vi siate realmente interessati al progetto. L’idea del nome è nata in un momento particolare della mia vita. Lo proposi per scherzo a Jacopo e lui, dopo una fragorosa risata, lo approvò. Uccidendo Matteo si può tradurre con: uccidendo la viltà, il tradimento, l’indifferenza. Perché proprio quel nome? Ai lettori la libertà di supporre quel che meglio piaccia loro. Preferisco non dire niente di più a proposito.

Fine delle domande divertenti. Passiamo a quelle canoniche. Il vostro bagaglio musicale è bello ricco. Dal al rock al blues, sfumature di jazz e ruvido grunge. Quali artisti vi hanno formato nel tempo?

J: Uh, la lista è lunga. Neil Young, Led Zeppelin, Deep Purple, Miles Davis, Tom Waits, Lucio Dalla, Chet BakerCrosby, Stills, Nash & YoungFrancesco De Gregori, Francesco Guccini, Fabrizio De André, Jacques Brel, John Coltrane, Queen, Napoli Centrale, Pino Daniele, John Renbourn, The Dubliners, Pentangle, Jethro Tull, King Crimson, Julian Cannonball Adderley, Premiata Forneria Marconi, Rush, Sonny Rollins, U2, Van Morrison etc. etc.
L: Senza dubbio tutto ciò che gravita attorno al movimento di Seattle degli anni ’90, quindi Pearl Jam, Alice in Chains, nonché il progressive rock dei Tool o Porcupine Tree. I cantautori italiani, da Francesco De Gregori ai Marta sui Tubi. Inoltre ho avuto anch’io il mio periodo anni ’70: Led Zeppelin, Pink Floyd, Jimi Hendrix, anche se da un annetto cerco di completarmi con il jazz. Ho davvero tanto da imparare… E sono pigro!

No, non ci sarà la domanda sulla musica digitale. Voglio chiedervi, piuttosto, del vostro ultimo lavoro, “Addio nemico mio”. A tratti cupo e malinconico, a volte angosciante. Quali storie racconta? Cosa ha permesso la creazione delle tracce che lo compongono?

J: “Oddio nemico mio” rappresenta una fase della vita che raccoglie sentimenti contrastanti. Una malinconia intima che accompagna il passato giorno dopo giorno ripercorrendo le strade prese e le scelte fatte, puntando il dito come a voler dire «Hai visto? Non era meglio prima?». Canzoni come “Gocce”, “Ottobre” o “Le donne che passavano” parlano di scelte, mancanze, ricordi. Poi ci sono “Mr. Ford” e “LaMotta’s blues” che raccontano storie attraverso gli occhi di personaggi non avvezzi alle canzoni, idoli sporchi diventati manifesto del loro tempo e che, nel bene o nel male, hanno emozionato il mondo. Infine un pensiero al presente con “No color”, all’attualità delle bombe, dei morti, dei dimenticati sepolti sotto le macerie di Aleppo. Inutile dire che una canzone non cambierà il corso degli eventi, ne fermerà la morte. Spero però possa sensibilizzare l’ascoltatore. D’altronde, la nostra non è musica per i piedi.

Ah però, è come aprire un vaso di Pandora. Luca cos’hai da aggiungere?

L: Lo spleen, talvolta, è l’ingrediente necessario per creare. “Addio nemico mio” esonda di spleen. Però, parafrasando Federico Fellini a proposito de “La strada”, quando si finisce di registrare un album, è come se un pezzo di vita terminasse e portasse con sé tutti i ricordi legati ad esso. Ora infatti è tempo di passare ad altro. Il prossimo album, se troveremo i soldi per registrarlo, sarà più politico, ma senza mai prescindere dall’amore «che move il Sole e l’altre stelle».

Se mi citi lo Stilnovo, impossibile non passare alla questione della lingua. Ho notato che alcuni brani sono in italiano, altri in inglese. È una scelta stilistica ponderata?

J: Non si tratta di una scelta vera e propria. Le canzoni vengono, saltano alla mente e lo fanno in italiano o in inglese, anche a seconda della melodia che c’è sotto. Ho lavorato per diversi anni in un’azienda dove parlavo principalmente inglese. Questo sicuramente mi ha abituato a pensare in inglese. Forse un giorno scriverò un pezzo in francese, anche se temo le reazioni del pubblico di fronte a qualche pronuncia sbagliata. Sono un po’ fiscali qui…
L: Cimentarsi nella scrittura in un’altra lingua è un’operazione affascinante. Vorrei farlo anche in francese, malgrado il testardo disaccordo di Jacopo. Scrivere in italiano è molto più semplice: sfumature, metafore, giochi linguistici, modi di dire, fanno parte del mio DNA. L’inglese forse tocca le orecchie di un maggior numero di persone. Non nego che dietro la scelta di questa lingua, che trovo bellissima, ci sia anche una strategia di pubblicità.

«Wine, beer and liquor, is in fire my throat, since the time she’s gone».
Una donna ha fatto più danni della grandine, eh? Cosa si nasconde dietro alla malinconica “Naples Jazz”?

J: Anche qui lascio la parola a Luca, autore del testo.
L: Sì, è vero. Una donna ha fatto danni. Ma sono i danni di una donna senza cuore, e quindi durano quanto dura la scrittura e la composizione di qualche canzone. In realtà, se si ascolta bene il testo, “Naples Jazz” è un inno alla rivincita. Le protagoniste delle tragedie greche citate sono invitate ad unirsi al mio banchetto, a rinascere in un fiume di vino e alcol. Al suicidio o all’omicidio per amore, preferisco una bella bevuta. Magari un buon Barbaresco del 2013.

Chi può darti torto? Altri singoli in arrivo? Oppure avete già tra le mani nuovo materiale?

J: Al momento abbiamo materiale per altri due dischi. Il problema sono i soldi per registrare, pagare la promozione, fare il video, stampare i cd etc. Per ora abbiamo venduto un disco online facendo ben 10€! Sono traguardi. Non avendo banche svizzere da svuotare, per ora possiamo solo attendere tempi migliori. Abbiamo anche lanciato una campagna crowdfunding su Musicraiser, ignorata dai più. Magari qualche appassionato scopre in noi tutto quello che ha sempre cercato e mai trovato nella musica.
L: Jacopo dimentica che abbiamo venduto due dischi al nostro ultimo concerto. Altri 49.997 e arriviamo al disco di platino!

Un commento sulla scena musicale odierna. Talent, social e tutti che tentano di apparire freneticamente. Pensate che la musica stia perdendo il suo fascino primordiale?

J: Penso che ognuno tiri acqua al suo mulino, non sta a me giudicare chi si presenta a X Factor. Io sono contrario e non mi inscriverei mai a un talent, dato che la musica sarebbe l’ultima cosa a essere giudicata. Al limite preferisco tentare qualche concorso. Ci siamo candidati al prossimo Musicultura, vedremo come va. Per rispondere alla seconda parte della domanda: a me la musica continua ad affascinare, a smuovermi, a tenere il cervello acceso, nonostante i tempi che corrono. Si tratta di qualcosa di personale, ognuno ci vede quel che meglio crede. E qui vi cito Frank Zappa, direttamente dalla bellissima biografia di Barry Miles: «Penso che la musica funzioni per via di questioni psico-acustiche. Intendo, per esempio, il modo in cui una determinata strofa interagisce con il clima armonico su cui si appoggia. Tutto il resto è soggettivo, a seconda dell’ascoltatore».

Citazioni di un certo spessore sono sempre ben volute. Luca, te cosa ci dici? Sento che scalpiti…

L: Questa domanda è troppo semplice…  Cosa volete farmi dire? Volete che insulti qualcuno? (Ride amaramente). Lasciamo stare. La musica non sta perdendo nulla del suo fascino, basta cercarla dove non ci sono telecamere.

È stato un piacere avervi qui, Killing Matthew. Non mi resta che ascoltare il vostro consiglio e andare a buttar giù un boccale di birra. Vi lascio le ultime righe per salutare i lettori. Usatele saggiamente!

J: Cari lettori, sappiamo bene di essere dei perfetti sconosciuti ai vostri occhi e alle vostre orecchie. Eppure, sono certo che troverete qualcosa di familiare nelle nostre canzoni. Quegli occhi mai dimenticati, le paure ormai lontane e i sogni lasciati nel cassetto. Lasciatevi accompagnare dalle note dei Killing Matthew, ritroverete gran parte di voi stessi. E come diceva Gandalf accompagnando con lo sguardo il caro vecchio Bilbo Baggins: «Addio caro Bilbo. Al prossimo incontro».
L: Lettori, come gli ascoltatori, non hanno faccia. Sono lettori e ascoltatori ideali e sono come vorremmo che fossero. Voglio loro un gran bene a prescindere, perché apprezzano la buona musica, quella dei Killing Matthew.

Killing Matthew – Naples Jazz

“Naples jazz”, proposto in una veste totalmente acustica, è sorretto da un arrangiamento minimale ed elegante che disegna un contrappunto armonico con la linea vocale; il basso di Salvatore Papotto (produttore artistico del duo) conferisce profondità e plasticità al tappeto sonoro.

Scritto da Matteo Butkovic

Matteo nasce, cresce, corre! Dal 1990 impara ad amare la Musica in ogni suo campo: che sia da cd, per il cinema, videoludica o funeraria.

Let's Rock Baby! \m/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *