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Gli STONEWOOD esordiscono con un ottimo mix di grunge e stoner (Album)

Gli Stonewood.
Gli Stonewood.

Dopo anni di duro lavoro, e un EP alle spalle datato 2014, il quintetto romano Stonewood dà alla luce il primo full length della sua carriera. Un disco energico, sicuramente, in cui la rudezza dei riff la fa da padrona in tutte le otto tracce. Già dalla opening “Down From The Stars” si intuisce che dovremo tener su un’armatura per proteggerci dallo stoner possente che ci verrà riversato addosso. Un grunge potente, con intermezzi rock graffianti, dal sapore a volte rétro ma mai vecchio. È un giusto tributo al proprio bagaglio artistico e ai punti di riferimento che la band si porta gelosamente dietro. L’evoluzione degli Stonewood passa da influenze grunge, proiettandosi verso un sound molto personale, ed è il giusto modo per emergere dal mare delle band che affollano il panorama alternative rock moderno.

L’evoluzione degli Stonewood passa da influenze grunge, proiettandosi verso un sound molto personale.

La voce di Vito Vetrano è corposa, potente quanto basta a non farla scadere nell’urlato. Fabio Mingrone e Carlo Turchetti maltrattano le loro chitarre fino al punto da doverle far riposare ogni tanto, per poi tornare a martellarle prepotentemente. Francesco Papadia al basso stende un tappeto sonoro di tutto rispetto, che a braccetto con la batteria di Augusto Antinori, amalgama molto bene il tutto, servendo un piatto di buonissima fattura. A riprova di queste considerazioni, vi invito ad assaporare “China White”, dove a inebriare è l’aroma del basso e della batteria. La sesta traccia, “Space Goat”, non è nuovissima, essendo già presente nell’EP del 2014. Immagino sia stata riproposta perché segna il solco tra gli Stonewood degli albori e quello che aspirano a diventare. Questa traccia in quell’EP differiva per sonorità, ed è quella che più si accosta al sound di questo primo lavoro da studio.

Registrato al The Lab Studio di Roma, da Pierangelo Ambroselli, e mixato al Kaos Studio di Luca Spisani (quest’ultimo frontman dei Johnny Freak), questo album è curato bene, a dispetto della giovane età della band, e confezionato per essere già un gran bel prodotto, fatto e finito. Ad ascoltarlo non viene la sensazione che qualcosa sia mancante. Per essere un debut album ogni cosa è al suo posto. Certo, sarebbe ingiusto dire che i cinque ragazzi romani siano arrivati ai massimi livelli, essendo al primo album. Prendiamoci, piuttosto, il buono che offrono oggi. Per il resto c’è tempo. A mio avviso è un ottimo esordio, con tutte le carte in regola per aspirare a buoni risultati futuri. Faccio i miei personalissimi complimenti agli Stonewood, con l’augurio che con la durezza della pietra e la naturalezza del legno possano aspirare a grandi traguardi.

 

STONEWOOD

STONEWOOD

2 novembre 2018

Autoprodotto

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