in

     

Torna IL MURO DEL CANTO con L’AMORE MIO NON MORE (Album)

Una foto promozionale de Il Muro del Canto. Di Tamara Casula.
Una foto promozionale de Il Muro del Canto. Di Tamara Casula.

“Tra un po’ esce il disco nuovo de Il Muro del Canto. Ho sentito questa frase tantissime volte nell’ultimo mese. Per questa ragione ed altre cento che non vi interessano, quella che era una bella notizia è poi diventata per me una dolce attesa. Dolce perché serena. Eppure, la serenità ha preso dell’attesa tutti i tic nevrotici che l’immaginazione è in grado di elaborare.

Ebbene, il 19 Ottobre è arrivato. Il disco è uscito ed è andato per il mondo attraverso le cure dell’etichetta Goodfellas, fedele compagna di viaggio del gruppo. Mentre mi accingo a scriverne, ci sono persone che “L’amore mio non more” lo hanno già comprato, ascoltato e imparato a memoria.
Non che mi sorprenda: una volta conosciuti, Il Muro del Canto diventano un’esperienza formativa.

Diventano un libro di fotografia e un manuale di sociologia. Con la differenza che loro non ti annoiano e che le istantanee sono tutt’altro che immobili. Si trasformano e ti raccontano un’idea.
E “L’Amore mio non more” non disattende le aspettative. Piuttosto, le esalta. Avevo già ascoltato i due singoli estratti “La Vita è Una” e “Reggime er Gioco”.

Di quest’ultimo, avevo apprezzato particolarmente il videoclip in cui figura uno stupendo Vinicio Marchioni nei panni di una pura, folle e solitaria mosca bianca che se ne va in giro a spazzare le vie della città eterna. Due singoli azzeccati. Perché della verità di questo quarto lavoro in studio, sono riusciti a introdurre le quinte senza inquinarne, appunto, l’attesa.

Il Muro del Canto ci ricorda che qualsiasi cosa tocchi l’uomo si trasforma in Tempo. Che l’essere umano, in fondo, non è che questo.

Detto ciò: io sono abruzzese. Che c’entra? Niente. Solo che vivo a Roma e sto per scrivere di un album e di un gruppo che Roma la racconta, la tocca, la sviscera, l’abbraccia e la prende a schiaffi.
Un gruppo che Roma la ama, ma non per questo diventa identitario. L’intensità dei testi e la robustezza della musica che li accompagna sembrano infatti sorgere dal pompare di un cuore gigante al cui interno ne battono tantissimi altri.

La romanità sì, ma declinata al plurale. Non credo sia un caso che questo sia il primo lavoro de Il Muro del Canto in cui ci sono due brani scritti in lingua italiana. “Stoica” ed il monologo (il secondo e conclusivo del disco) di Alessandro Pieravanti “Il Tempo Perso”. È Il Tempo infatti, che nella cover dell’album figura sotto spoglie d’orologio, a percorrere l’intera matrice narrativa del de “L’amore mio non more”.

Come Cesare Pavese, Il Muro del Canto ci ricorda che qualsiasi cosa tocchi l’uomo si trasforma in Tempo. Che l’essere umano, in fondo, non è che questo. E tocca perdonarsi, perdonare i propri dubbi senza smettere di averne mai. Perché in gioco c’è la vita e la sua ineluttabile fine. C’è il bene e il male, la memoria e la messa in discussione. Tutto è, in “L’amore mio non more”, un riscrivere la storia nelle trame dello scorrimento.

Ascoltare “L’amore mio non more” è un toccasana per i cuori grandi, una lente per i nostalgici che non si sono arresi.

Tutto l’umano è affidato ad esso. Ed è questa la presa di coscienza che fa sì che un atto di volontà diventi un atto d’amore. Una lotta. Il Muro del Canto lo fa da sempre, fin dagli inizi. L’amore che non muore è la prova che “il cielo resta blu sopra le nuvole”, che “la libertà non è qualcosa che si trova passeggiando a piedi nudi al mare”.

Musicalmente passato e presente si incontrano, si salutano e si sorridono. Da una parte c’è il rinnovo della tradizione folk alla Gabriella Ferri, che vuole il dialetto funzionale alla memoria storica. Ma anche all’approccio popolare che a Roma non è mai distante dallo sguardo sul tessuto sociale. D’altra parte, non mancano contaminazioni reggae e ska. Come in “Al tempo del sole” e “Cella 33”.

Insomma, ascoltare “L’amore mio non more” è un toccasana per i cuori grandi, una lente per i nostalgici che non si sono arresi. È voce per chi una voce non ce l’ha. Io non posso che inneggiare gratitudine per il lavoro di Daniele Coccia & co. Perché Il Muro del Canto tira fuori la parte più comoda e pigra dell’anima tua, la prende a calci mentre la invita a ballare. Quello che resta alla fine della danza non sono i lividi, ma i segni delle carezze. Invisibili ed eterni.

 

IL MURO DEL CANTO

L’AMORE MIO NON MORE

19 ottobre 2018

Goodfellas

One Comment

Leave a Reply

One Ping

  1. Pingback:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *